
Mi sto convincendo che non sono io a dover dire qualcosa, ma è il mondo che vuole mandarmi segnali. La valutazione probabilistica del rischio è una metodologia sistematica complessa. In un lampo decido il mio piano. Devo superare il fiume. Il cielo grigio perla mi attrae come un’esca. Volo forse solo per provare un sentimento di vertigine. Come precipitare da un mondo all’altro. Lascio alle mie spalle le trombe d’aria e supero come un relitto la linea di confine.
È inutile che lo nasconda, sono arrivato sin qua per incontrarla standone lontano. Sarà cambiata? mi chiedo. Sicché ogni cosa che vedo mi sembra carica di significato, messaggi difficili da tradurre in parole. Presagi che riguardano me, non eventi esterni, estranei all’esistenza. Abbaini sui tetti spioventi color carbone, guglie appuntite di chiese anonime, fattorie, mucche e ciminiere. Non mi accorgo che la Mosa è là a indicarmi la strada. 
È già notte quando da una sontuosa residenza ai margini del fiume i miei occhi scorrono con inquietudine sulle scritte dei tabelloni luminosi cercando le sue forme come se mi aspettassi di vederla apparire. Ho fame, una taverna di fronte a un ristorante cinese Mac Lam soddisfa la mia curiosità. Dentro, pochi avventori parlano sottovoce, un televisore appollaiato sulla parete dice qualcosa. Si sente nell’aria un aroma che avevo dimenticato, profumi che evocano sospiri. Non saprei come descriverli.

In questa giornata placida vedo altre facce, ascolto un’altra lingua, sento altre parole, respiro un’altra aria, calpesto altri marciapiedi. Il mio francese è un disastro. Scopro che in pont d’s âtches i suoi figli hanno incrociato le loro lance per un nuovo termidoro. Entro in puits-en-sock e i profumi caramellosi m’inseguono, ossessivi. Cammino per la roture. Inquietante, se non ci fossero le bandierine che annunciano la festa. Indiani silk col turbante rosa acceso si aggirano insieme a uomini scuri con caftano e sandali ai piedi. Donne obese con sabot e bambine col velo e stangone bionde tutti colori e due individui di pelle nera, borsalino e jeans appena giunti dalla Louisiana.
Città multicolore, città multiversa, città arcobaleno.
Mi siedo al tavolo di un ristorante greco all’aperto, nella piazza dove una banda rock fa le prove microfono a centomila decibel sparati nell’aria torbida. Mangio greco. Un uomo basso e grasso con due grandi baffi rossi a manubrio, sembra il gestore, parla a voce alta e amichevole con due clienti alla loro tavola. Smette, e intrattiene un gruppo di poliziotti con cani lupo al guinzaglio che passano lì per caso o forse no. Dopo mezzora quelli se ne vanno, pacche sulle spalle e risate. Il grassone fa per entrare nel suo ristorante quando una vecchia che aiuta il suo cammino col bastone attraversa il suo angolo visuale e il suo faccione si colora di rosso. Un uomo calvo, assorto, aspetta il cameriere.

Accende una sigaretta, imitato da un altro suo compare. Fumano tutti, fumo anche io. Due donne e tre uomini slavi chiacchierano mentre il bus va. Gli argomenti non sono gli stessi. Quel profumo mi rincorre anche qui dentro, lo sento ovunque ormai. Eccomi a vinâve d’ile. Ma le targhe delle vie sono sponsorizzate? Pittori di strada abbozzano quadri nella piazza esplosiva di fiori.
Sedersi sui gradini di un’aiuola e sentire le inflessioni gergali della mia lingua. Guardare la gente che passa, che mi cammina davanti, che mi sorride. Un film già visto. Riavvolgere il tempo e rivedersi come in un flashback. Una distinta signora morde un panino, cammin mangiando. Una vecchia con la sporta in mano. Un signore non si accorge che il suo cane vuole pisciare. Alcuni adolescenti coi pantaloni scesi sino all’inguine si spintonano, scherzano, ridono. Adolescenti di tutto il mondo, unitevi! Tanti occhi mi guardano. Io guardo i loro occhi, voglio penetrare quegli sguardi e immaginare le loro storie. Mi nutrirò di quest’aria, dovrò digerirla. Lasciarsi andare. Andare. Andare. Una ragazza mi è davanti, altera. Ruota pupille che sono parvenza di fiaccole occulte. Muove le labbra sbieche, un velo di rossetto. Tra scrosci di risa scrolla un fulgore di riccioli. Vedo le mani fiere abbandonarsi. Non l’alterigia di un cuore superbo. Il sole indossa il suo cappello, il cielo si fa grigio e piove. La polvere torna al suo posto tra le crepe dei marciapiedi.

Dentro una casa rotta le tubature perdono. Pozzanghere d’acqua fetida sul pavimento. Tende cadenti, sporcizia dappertutto. C’è muffa alle pareti, bottiglie rotte sparse in giro, mobili tarlati, sedie sgangherate e una giornata bagnata. Si può essere più sfigati? Ma è il solito profumo che mi ossessiona, che sento solo qui. Come possono questi odori richiamare un tempo e un luogo? Sosto a lungo sulla panchina che guarda la Mosa. Il rumore del traffico, il suono di una sirena, il rintocco di una campana lontana. Passa il tempo. I gabbiani oziano sulla superficie del fiume. Una coppia parla arabo sulla panchina a fianco alla mia. Lei pare che pianga. Lui sembra dirle, perché piangi? Forse ieri gemeva, la testa posata sulla sua spalla. Un uomo nel frattempo sfreccia in bicicletta sulla banchina alberata. La coppia araba si alza e se ne va. Scatto qualche foto, scrivo appunti. 
Piove ancora. Mi abbandono allora sul pavè calpestato, mi arrampico sulle facciate delle case, su questo cielo grigio anche ad agosto, in braccio a una città che si avvicina e si allontana, eppure vicina, sfuggente come una donna che non si vuol far prendere. Il tempo cambia forma, i giorni si dilatano e diventa un unico giorno. Lo spazio denso non lascia spiragli alle parole. Attendo il momento in cui le maglie della rete si sarebbero allargate e il suo sguardo aperto. Aspetto che socchiuda gli occhi per strisciare nell’oscurità delle sue ciglia abbassate, mi nascondo nel buio delle palpebre di lei. Frugo. Trovo. Rubo.
Devo lasciare il palco quando comincio appena a conoscerla. Il controllo bagagli è solo una questione di fortuna. Sto per entrare nel palcoscenico conosciuto. Quindi, giù il sipario e andiamo a impiccare la realtà!
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