Posted: 3 settembre 2010 by Marco Casula in Eventi
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Sabato 4 settembre 2010 alle ore 18.30 si è svolta la cerimonia di proclamazione dei vincitori della 14.ma edizione del Premio letterario Biblioteca Poggio dei Pini.

I vincitori di quest’anno sono Alessandro Cuppini, di Bergamo, con il racconto “Dialogo con due nascituri” (primo premio); Paolo Pergolasi, di Perugia, con il racconto “Nonna Efoe” (secondo premio); Paolo Perelli, di Roma, con il racconto “Risveglio” (terzo premio).

La giuria ha inoltre assegnato una menzione speciale a Marco Casula, di Cagliari, per il racconto “Pizzinnu”.

Mi sto convincendo che non sono io a dover dire qualcosa, ma è il mondo che vuole mandarmi segnali. La valutazione probabilistica del rischio è una metodologia sistematica complessa. In un lampo decido il mio piano. Devo superare il fiume. Il cielo grigio perla mi attrae come un’esca. Volo forse solo per provare un sentimento di vertigine. Come precipitare da un mondo all’altro. Lascio alle mie spalle le trombe d’aria e supero come un relitto la linea di confine.

È inutile che lo nasconda, sono arrivato sin qua per incontrarla standone lontano. Sarà cambiata? mi chiedo. Sicché ogni cosa che vedo mi sembra carica di significato, messaggi difficili da tradurre in parole. Presagi che riguardano me, non eventi esterni, estranei all’esistenza. Abbaini sui tetti spioventi color carbone, guglie appuntite di chiese anonime, fattorie, mucche e ciminiere. Non mi accorgo che la Mosa è là a indicarmi la strada.

È già notte quando da una sontuosa residenza ai margini del fiume i miei occhi scorrono con inquietudine sulle scritte dei tabelloni luminosi cercando le sue forme come se mi aspettassi di vederla apparire. Ho fame, una taverna di fronte a un ristorante cinese Mac Lam soddisfa la mia curiosità. Dentro, pochi avventori parlano sottovoce, un televisore appollaiato sulla parete dice qualcosa. Si sente nell’aria un aroma che avevo dimenticato, profumi che evocano sospiri. Non saprei come descriverli.

In questa giornata placida vedo altre facce, ascolto un’altra lingua, sento altre parole, respiro un’altra aria, calpesto altri marciapiedi. Il mio francese è un disastro. Scopro che in pont d’s âtches i suoi figli hanno incrociato le loro lance per un nuovo termidoro. Entro in puits-en-sock e i profumi caramellosi m’inseguono, ossessivi. Cammino per la roture. Inquietante, se non ci fossero le bandierine che annunciano la festa. Indiani silk col turbante rosa acceso si aggirano insieme a uomini scuri con caftano e sandali ai piedi. Donne obese con sabot e bambine col velo e stangone bionde tutti colori e due individui di pelle nera, borsalino e jeans appena giunti dalla Louisiana. Città multicolore, città multiversa, città arcobaleno.

Mi siedo al tavolo di un ristorante greco all’aperto, nella piazza dove una banda rock fa le prove microfono a centomila decibel sparati nell’aria torbida. Mangio greco. Un uomo basso e grasso con due grandi baffi rossi a manubrio, sembra il gestore, parla a voce alta e amichevole con due clienti alla loro tavola. Smette, e intrattiene un gruppo di poliziotti con cani lupo al guinzaglio che passano lì per caso o forse no. Dopo mezzora quelli se ne vanno, pacche sulle spalle e risate. Il grassone fa per entrare nel suo ristorante quando una vecchia che aiuta il suo cammino col bastone attraversa il suo angolo visuale e il suo faccione si colora di rosso. Un uomo calvo, assorto, aspetta il cameriere.

Accende una sigaretta, imitato da un altro suo compare. Fumano tutti, fumo anche io. Due donne e tre uomini slavi chiacchierano mentre il bus va. Gli argomenti non sono gli stessi. Quel profumo mi rincorre anche qui dentro, lo sento ovunque ormai. Eccomi a vinâve d’ile. Ma le targhe delle vie sono sponsorizzate? Pittori di strada abbozzano quadri nella piazza esplosiva di fiori.

Sedersi sui gradini di un’aiuola e sentire le inflessioni gergali della mia lingua. Guardare la gente che passa, che mi cammina davanti, che mi sorride. Un film già visto. Riavvolgere il tempo e rivedersi come in un flashback. Una distinta signora morde un panino, cammin mangiando. Una vecchia con la sporta in mano. Un signore non si accorge che il suo cane vuole pisciare. Alcuni adolescenti coi pantaloni scesi sino all’inguine si spintonano, scherzano, ridono. Adolescenti di tutto il mondo, unitevi! Tanti occhi mi guardano. Io guardo i loro occhi, voglio penetrare quegli sguardi e immaginare le loro storie. Mi nutrirò di quest’aria, dovrò digerirla. Lasciarsi andare. Andare. Andare. Una ragazza mi è davanti, altera. Ruota pupille che sono parvenza di fiaccole occulte. Muove le labbra sbieche, un velo di rossetto. Tra scrosci di risa scrolla un fulgore di riccioli. Vedo le mani fiere abbandonarsi. Non l’alterigia di un cuore superbo. Il sole indossa il suo cappello, il cielo si fa grigio e piove. La polvere torna al suo posto tra le crepe dei marciapiedi.

Dentro una casa rotta le tubature perdono. Pozzanghere d’acqua fetida sul pavimento. Tende cadenti, sporcizia dappertutto. C’è muffa alle pareti, bottiglie rotte sparse in giro, mobili tarlati, sedie sgangherate e una giornata bagnata. Si può essere più sfigati? Ma è il solito profumo che mi ossessiona, che sento solo qui. Come possono questi odori richiamare un tempo e un luogo? Sosto a lungo sulla panchina che guarda la Mosa. Il rumore del traffico, il suono di una sirena, il rintocco di una campana lontana. Passa il tempo. I gabbiani oziano sulla superficie del fiume. Una coppia parla arabo sulla panchina a fianco alla mia. Lei pare che pianga. Lui sembra dirle, perché piangi? Forse ieri gemeva, la testa posata sulla sua spalla. Un uomo nel frattempo sfreccia in bicicletta sulla banchina alberata. La coppia araba si alza e se ne va. Scatto qualche foto, scrivo appunti.

Piove ancora. Mi abbandono allora sul pavè calpestato, mi arrampico sulle facciate delle case, su questo cielo grigio anche ad agosto, in braccio a una città che si avvicina e si allontana, eppure vicina, sfuggente come una donna che non si vuol far prendere. Il tempo cambia forma, i giorni si dilatano e diventa un unico giorno. Lo spazio denso non lascia spiragli alle parole. Attendo il momento in cui le maglie della rete si sarebbero allargate e il suo sguardo aperto. Aspetto che socchiuda gli occhi per strisciare nell’oscurità delle sue ciglia abbassate, mi nascondo nel buio delle palpebre di lei. Frugo. Trovo. Rubo.

Devo lasciare il palco quando comincio appena a conoscerla. Il controllo bagagli è solo una questione di fortuna. Sto per entrare nel palcoscenico conosciuto. Quindi, giù il sipario e andiamo a impiccare la realtà!

E in mezzo il fiume

Posted: 22 agosto 2010 by Marco Casula in Sommario

Ho letto, per me (e per te) E in mezzo il fiume, di Sandra Petrignani. Scoprirai di che si tratta se vai alla Pagina LEGGO. Trarrai solo vantaggio dalla lettura di questo libro, che è lettura di viaggio, di certo lettura di informazione, ma è soprattutto un’intensa lettera d’amore per Roma, sempre pronta ad accogliere tutti a braccia aperte.

Già che ci sei, leggi la nota su Prima lezione di letteratura italiana di Giulio Ferroni un saggio prezioso che ci guida alla riscoperta del ruolo imprescindibile della nostra letteratura, nel suo legame col nostro destino.

La dea bianca

Posted: 21 agosto 2010 by Marco Casula in Schizzi d'inchiostro
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Non ci sono giorni come il 24 giugno. Il giorno è uguale alla notte. Il sole pare fermarsi, sorge e tramonta nello stesso punto, quando ricomincia a muoversi sorgendo sempre più a sud sull’orizzonte. La luna si sposa col sole, l’acqua col fuoco, gli estremi si toccano. È l’unità degli opposti. È la notte di San Giovanni che i cristiani celebrano sovrapponendo la loro tradizione a quella contadina. A sua volta derivata da antiche credenze e ritualità pagane.

Il solstizio d’estate è lo spunto narrativo sulle tradizioni della notte di San Giovanni. La dea bianca è un racconto a due voci di Anna Rosa Zedda dove si congiungono la tradizione religiosa e popolare sarda con le altre culture contadine, con altri mondi lontani dal nostro. Come se il racconto fosse quel luogo magico dove si saldano culture agli antipodi dello spazio e del tempo, eppur sì simili.

Strane credenze che circolano in paese sulla notte di San Giovanni, che parlano di falò, di streghe, di antichi riti con erbe prodigiose. Avvicinandosi verso un punto ideale le linee del dialogo tra la bambina e la nonna si liberano, diventano flessuose, serpenteggiano come il fumo del braciere attorno al quale si attardano, e dove bruciano gli aromi superstiti di un antico poema indiano.

È una notte magica a Sant’Anna Arresi. Le musiche di Ignazio Pepicelli hanno agito da languido sfondo, le coreografie di Angela Tombolini come elegante cornice, le voci recitanti di Daniela Atza e di Daniela Piroddi hanno evocato sapori antichi ai testi sublimi di Anna Rosa Zedda. Notte magica.

Parodia di Ferragosto

Posted: 12 agosto 2010 by Marco Casula in Schizzi d'inchiostro

In lontananza lo sciabordio delle onde e il vocio di chi si attarda in risate ferragostane. Sotto una tenda, lo stesso sacco a pelo avvolge una giovane coppia e le loro letture parallele.

Lui chiude il libro, abbandona il capo sullo zainetto che fa da guanciale e dice: «Non sei stanca di leggere?»

E lei: «Ancora cinque minuti e finisco di leggere l’ultimo capitolo de La maschera sotto la neve di Marco Casula»

Attraverserò il mare

Posted: 7 agosto 2010 by Marco Casula in Schizzi d'inchiostro
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Sono solo nell’ascensore che mi porta verso i piani superiori alla ricerca di libri che non ho finito di leggere. Più che un ascensore, questo è un montacarichi a gabbia che si apre con un cancello pieghevole. A ogni piano appare una prospettiva di locali deserti, le pareti con graffiti che rimandano ad allegoriche eiaculazioni, i muri scoloriti con i segni dei mobili scomparsi e i solai marciti. Armeggio con le dita per fermare l’ascensore tra due piani. A questo punto tre pensieri si contendono simultaneamente il mio spirito. Sono pronto a partire immantinente, varcare l’oceano, mettere piede sul continente inesplorato che immagino colorato, la rintraccio e ottengo da lei il seguito dei romanzi interrotti. Nello stesso tempo mi viene in mente di tornare indietro e chiedere la stessa cosa all’amico di sempre che mi saprebbe consigliare. Non correrei il rischio di cimentarmi in una attraversata densa di incognite e dall’esito incerto. Ma sarebbe un rimandare invano. Prima o poi attraverserò il mare.

Good Holidays

Posted: 4 agosto 2010 by Marco Casula in Senza Categoria

E ... dimmi di più, di più, di più ancora, amico mio
Tu non credi che
siamo alla vigilia
di un disastro...

Ida

Posted: 2 agosto 2010 by Marco Casula in Sommario, aNobii
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Ida di Gertrude Stein, consigliata a chi non si accontenta. Ida, perché ritorni tra noi. Ida che sta nascosta e non appare. Ida si è svegliata. Per arrivare a lei anche poco alla volta, affacciati alla Pagina LEGGO e comincerai a scoprirla.

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(www.marcocasula.wordpress.com) Seduto al tavolino di un caffè guardo dalla terrazza i tetti di Villanova e, in fondo, la chioma verdigna della collina delle volpi. Leggo le ultime pagine del romanzo di Gertrude Stein e aspetto lei. La mia mente è occupata da due simultanee attese: quella della lettura e quella di lei, che è in ritardo sull’ora dell’appuntamento. L’attesa. Una malinconia stratificata e un po’ sfuggente che muove l’anima. Mi concentro sulla lettura e cerco di trasferire l’attesa di lei nel libro, quasi sperando di vederla materializzata tra le pagine. Ma non riesco più a leggere, il romanzo è fermo alla pagina che ho sotto gli occhi, come se solo l’arrivo di lei potesse rimettere in moto il flusso degli eventi.

Squilla il cellulare. È lei. Non posso andare da te, mi dice.

Senti, dico, ho il libro… ma non voglio raccontarle le prime impressioni sul romanzo che mi ha consigliato. Non al telefono. Non ora. E aspetto cosa ha da dirmi. Vieni tu, mi dice. Sì, a casa mia. Adesso non sono a casa, ma non tarderò. Se arrivi prima, puoi entrare e aspettarmi. La chiave è sotto lo zerbino.

La fiducia nel prossimo è una chiave sotto lo zerbino. Disinvolta semplicità. Questo è lei. Corro all’indirizzo che mi ha dato. Suono. Come mi aveva annunciato, non è in casa. Recupero la chiave. Entro nella penombra delle veneziane abbassate. La casa di una ragazza sola, la sua. Vive sola.

So quello che mi agita dentro. È questo, innanzitutto, ciò che voglio stabilire? Sì, lo devo ammettere, verifico se ci sono segni della presenza di un uomo. Allontano questo pensiero, meglio non saperlo fin che è possibile, meglio restare nel dubbio. Alzo un poco le veneziane. Qualcosa mi trattiene dal curiosare intorno. Non ne devo approfittare, devo meritare il suo gesto di fiducia.

Mi fermo, so come è fatto un piccolo appartamento di una ragazza sola. Credo di saperlo, già prima di guardarmi intorno e stabilire l’inventario di quel che contiene. Viviamo una società massificata, una civiltà evoluta, uniforme, modelli culturali consolidati: l’arredo, le tovaglie, i libri, il mac sono scelti tra un certo numero di possibilità. Mi potranno rivelare com’è lei veramente?

(www.marcocasula.wordpress.com) Lei, la musica, mi sta a fianco con le sue note blues in una sera d’estate. In questa piazza lontana, nell’aria calda e umida di una sera di luna gibbosa. Scrosci di note elettriche mi accompagnano.

Lei, una nota malinconicamente dissonante. Lei ambigua, dura, dolce, chiama e risponde. Lei, lacerante, incantevole, rabbiosa. Lei, una rabbia che scaraventa verso la vita. Lei che sospira, un sospiro crudele che alita sul mio viso, un’esplosione di colori nella notte. Lei, una notte magica, fiabesca. Lei, a cui non ho mai saputo resistere.

A lei che mi è entrata nel sangue una sera di ottobre, si è alzata una mattina e mi ha detto di correre. Da lei, che non ho più lasciato. Da lei che ogni tanto vado a trovare quando manca il sorriso dalle tue labbra. Lei mi accompagna quando ho il cuore freddo, foglie gialle e vento freddo. Come un amore clandestino lei si fa trovare agli appuntamenti, ma non so trovarla nelle notti di luna nuova. Mi fa rapire dal vento, lei sa come fare. Poco importa se c’è gente intorno, gente che ride, che canta, che balla, che mangia, che fuma, che batte le mani, sorride, sorride, sorride alla gioia, all’amore, alla vita. Lei sa come arrivare sin qui in questo posto, in questa terra di deserto e fatica, di lotta e silenzio.

La Cotton Belt non è lontana, le assomiglia un po’: si trucca, si mette un vestito. Un vestito di festa, di una festa mobile come questa. È un abito coi colori del passato, adesca quelli come me. Per il tempo necessario.