Marco Polo aveva canali


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MaUta 3 Present (Fratelli di storia).jpgrco Polo aveva canali e io, che porto lo stesso nome, ho solo la mia caverna lontano da qui.

Lo dico per la precisione. Anche Pirandello aveva Giovani e Vecchi da scrivere, e io, che non porto il suo nome, mi sento in pace con loro. Coi Giovani e i Vecchi, intendo.

Poi scrissi un libro ed è tutto ciò che scrissi – sono entrato in me stesso per trovarci te. Sono andato dove ci sono sole e luce lucente e vento – fuori dalla caverna, dove lasci che gli occhi vaghino oltre la lolla e le pareti e i campi e il carro trainato dai buoi e i tappeti e le lucide radio di mogano e le travi zinnippiri.

Sono andato per accumulare crediti, dove ci sono gli Adoratori e chi presidia il Risponditore della Preghiera come prima di nascere.
Ho ignorato il mio vuoto cara amica – sono entrato in me stesso.
Mi sono detto – non avere paura il sole è vero, abbastanza, ma, ma, ma, sèguita a crescere, coperto di gigli confuso con latte.

[Fratelli di storia, quasi come una meridiana, capisco. Grazie Adoratori, Amiche sorridenti e Vento Contadino, Uta – Casa Orrù, giugno 2018 allo spasimo]

Alla presentazione di Fratelli di storia, Casa Orrù, Uta (Cagliari) 8 giugno 2018
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Il Centro è dove siamo


Il Centro è dove noi siamo. Dove insieme sediamo, sull’altalena del Tempo. Ginocchia per la genuflessione verso l’Equilibrio della Bilancia. Una bottiglia di vino e una tazza sul tappeto volante della storia bastano.
Noi osserviamo il mondo, questo Occidente che mangia se stesso, tutto società per azioni e bla bla bla. Affondiamo la penna in un calamaio d’alberi, ricordandoci dove siamo (stati).

«Fratelli di storia» è pubblicato da Intrecci Edizioni, Roma – Nelle librerie.Cop Intrecci Casula5B

Fratelli di storia


Fratelli di storia.Pagina dopo pagina sfoglieremo una storia che inizia l’8 settembre del 1943, una storia che inizia il 12 dicembre 1969. Storie che iniziano con una rottura. Perché nostro è il viaggio. Il viaggio di un incontro. O di uno scontro. Del nostro esserci, del nostro essere nel mondo. Fratelli di storia perché c’è un unico luogo dove andare davvero nella vita. Quel luogo è il Tempo. L’unica cosa che ci lega è la storia che abbiamo passato insieme. Non sono le idee, o le ideologie, non sono i piccoli fatti. È la Storia. Fratelli di storia perché non è una storia e basta. È storia di una redenzione laica. È l’itinerario umano di anime perdute nella tempesta dei giorni. Dalla tragedia della Guerra a quella vissuta nelle sue innumerevoli a volte cruente e tumultuose declinazioni in tempo di Pace.

Presentazione alla Libreria Murru from Marco on Vimeo.

La Burrida


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Nello stomaco un calamaro e una burrida fanno glu glu. La bocca è impastata, la testa suonata. Alle cinque della tarda, squilla il telefono. E’ la mia amante torinese che mi trattiene dolcemente per un’ora e mezzo sulle proprietà micro-strutturali e macro testuali di un manoscritto che ho avuto l’imprudenza di inviarle.

La testa è sempre più intronata, la bocca sempre più impastata. Una poesia che comincia tra parentesi. Mi chiudo in camera e mi butto nel lavoro. Scrivo correggo s-cancello ri-scrivo, ma i pensieri ancora vagano. Bussano. È Riccardo. Entra, chiudi la porta e siediti. Che c’é? Tutto a posto. Perché non suoni più il piano? Mi hai chiamato per questo? No, è che mi sento l’uomo che non sta in nessun posto. Ma sei a casa. Già. Beh, io vado. D’accordo. Torno al lavoro, ma mi assale il dubbio che si sia fatto tardi. Santa miseria, sono le sette e mezzo e  sono in alto mare. Penso -però, è stato bello oggi, mi pareva di muovermi da chissàdove verso dovunque, tutto si muoveva. Tutto tranne la Burrida nello stomaco. È che vorrei lasciarmi andare anch’io a momenti destabilizzanti. Forse faccio in tempo per andare a parlare coi  Venditori di Passi Giganti. Dai, che ce la fai.

Drin drin, il telefono. È mia nonna Rina che ha centottanta anni, sveglia dopo una Notte Azteca. Vieni, ti prego che non ce la faccio a tirare su la tapparella. Nonna, te lo detto che la devi cambiare quella dannata tapparella doppiostrato-in-acciaio-antifurto che ci vuole maciste per tirarla su tutte le volte che cade giù.

Prendo la macchina e corro. Nonna Rina è in trance da tapparella, il settore manutenzioni metalmeccaniche non è il mio forte. Mi sono giocato più di mezzora. Adesso sono proprio suonato, torno a casa. Riccardo suona al piano un brano che corre su rotaie saettanti. Claudio mi prepara un tè. In questa tazza si sbattono rabbia e attesa. I Venditori sono andati ormai. Al diavolo!

Devo chiudere il lavoro e i miei pensieri sono sempre lì, ma li mando a dormire stanotte. Mi fermo. Respiro. Un Pan Materasso è quel che ci vuole. Mi stendo cercando di capire in che modo uscir fuori dalla calamità di polvere ed eternità. Non ho più la bocca impastata. Non sento più il Calamaro e la Burrida. Forse sono nascosti in qualche parte nascosta del mio Sé.

Il giorno che fui rapito da Carri Merci di Turpitudine Morale


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Cagliari, porto canale (1976)

Ah, la coda dei miei dubbi. L’imporsi di ciò che si mostra per come si mostra? Lascio cadere il giornale sul pavimento. Mi levo i calzini neuropatici e piedi all’aria con la pancia che si gonfia. Cielo grigio su, cielo blu. Mi alzo e vado sul divano di pelle baciaculo di Secolo Eccellente. Voglio vivere giorni sazi. Come quelli di Giobbe.
Guardo nel buco del Mondo. Nell’incerta, avventurosa indeterminatezza del mondo e del sentimento. Bagliori finali. Magari dureranno DuemilaCinqueCento anni. Quanti ce ne mettemmo per scaldarci al fuoco acceso da Socrate.

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