Il tempo delle passioni tristi


Sopra, sotto e attorno ad alcune considerazioni fatte a me stesso (a bassa voce) dopo un’attenta lettura di Psiche e Techne, di Umberto Galimberti. 

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E a bassa voce mi rifaccio sfacciatamente a un pensiero appellativo. Senza troppo pensarci. Noi imbevuti di millenaria cultura giudaico cristiana. Noi credenti e non credenti. Atei, agnostici, marxisti, non marxisti, antimarxisti e tecnologici. Super-tecnologici. Eppure così profondamente, intimamente cristiani. Noi. Occidentali. Cos’è quella sensazione che si prova quando ci s’allontana dall’essere o dall’esserci e ci vediamo recedere nell’aria, nel vento. Fino a diventare macchioline e disperderci. Nel tempo. La nostra è un’imperfetta presenza. Il sacro, il divino, il folle e la ragione, la ragione come sistema di regole presieduto dal principio di non-contraddizione e che nell’età della tecnica diventa strumento di dominio sulla natura: è tecnica calcolatrice, è tecnica per il calcolo delle disponibilità, dei mezzi e delle possibilità, e poi delle probabilità per il conseguimento di un determinato scopo che non è razionale in sé, ma lo diventa se il calcolo lo stabilisce.

La perdita della dimensione del sacro si è compiuta con la nascita del cristianesimo da cui nasce l’impianto della nostra cultura. E fu il Verbo. La parola potente del Cristo: la promessa, la terra promessa, la speranza di vita dopo la morte. Il passato è il male, è il peccato. Il presente è espiazione dalla colpa. Il futuro è salvezza. Da allora in poi, dal ‘cogito’ di Cartesio, la scienza riformula l’assunto della triade cristiana: il passato è ignoranza; il presente è ricerca; il futuro è progresso. Il marxismo lo ripropone aggiornato: il passato è ingiustizia, il presente rivoluzione, il futuro giustizia sociale sulla terra. Il percorso dell’uomo occidentale è ormai tracciato.

La tecnica incide nei grandi cicli della natura e della specie. Nell’età della tecnica l’uomo traduce la sua alienazione in identificazione con l’apparato tecnico. E nel nostro evo super tecnologico egli guarda la macchina, non esiste a prescindere da ciò che fa se non operando tecnicamente. Dunque, in questo processo di metamorfosi antropologica, la natura dell’uomo si modifica in ragione delle modalità di questo fare. Il capovolgimento dei fini, un fare senza scopo. Siamo ancora capaci di stupirci di ciò che è ovvio? Siamo in condizioni di fermarci a pensare, e fare uno sforzo per orientarsi nel mondo del nostro tempo? Siamo liberi di scegliere come dovremo vivere? Queste le domande. A noi umanità non resta che il destino del viandante che percorre la via aderendo di volta in volta al paesaggio e che fa di ogni terra che incontra una semplice tappa sulla via del ritorno. Rendiamo allora al mondo ciò che ad esso sottraiamo, e facciamo in modo che le balene danzino sotto la luce dell’aurora. Qui c’è una strada oscura in una città ingioiellata di luce nella triste arida terra.

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