La collezionista di abbracci


maier

Vivian Maier
Un tempo c’era chi andava per strada, camera a tracolla, occhio nel mirino e clic a un angolo di città, a due mocciosi sui gradini di una chiesa in cima a un colle, al profilo di un vecchio barbuto sullo sfondo di un ponte nell’imbrunire del golfo. Cercava i suoi propri occhi nelle foto che scattava. Come se cercasse la sua propria voce. Che è anche un inconsapevole cercare se stessi. E così, nel lungo nastro d’argento, scorrevano marciapiedi di città e bambine di carta satinata.

Anch’io ho provato quella sensazione. Quella stessa latente sensazione che s’imprime dentro di te come un’ombra senza il suo corpo. Poi, un giorno presi un libro e vidi quegli abbracci e mi dissi che qualcosa doveva essere andata storta. Va bene lo stesso mi son detto, e ho continuato a sfogliare quel libro di fotografie in bianco e nero. Sì, qualcosa era andata storta senz’altro a Vivian Maier. Che da morta ha conosciuto quel successo che non ha avuto da viva. Lei certo un po’ storta doveva esserlo. Se non fosse per questo, probabilmente non mi verrebbe in mente lei e la sua sterminata collezione di fotografie. E non solo di fotografie. Collezionista dell’inutile, si potrebbe dire. Certo, una creatività al servizio di un’arte non condivisa. Che non è proprio il massimo del politicamente corretto. Oppure, l’inutile è un concetto molto liquido. Già, cos’è utile? È utilità soggetta a una sorta di contemplazione disinteressata? Come dire, un impulso al servizio della vita. Oppure è utilità per fare, per produrre e per giustificare ogni esistenza? Lei di certo non ha prodotto nulla se non l’accumulo di quelle cose che il mondo calcolatore della razionalità giudica inutili. Quelle sue foto sono i suoi occhi. Minuto per minuto della sua vita, letteralmente. Lei osservava e abbracciava. In lei socialità e solitudine erano il Tutto. Come l’unità degli opposti lo sono per il folle, che non distingue il giorno dalla notte, o per il poeta che sa parlare alle stelle.

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